Guardo questo piccolissimo disegno e mi viene un groppo in gola. Sono io! Vista e disegnata attraverso gli occhi di H., una delle bambine del corso di italiano concluso il mese scorso, fatto come parte del progetto denominato "GENERAZIONE INTEGRAZIONE: AZIONI DI INCLUSIONE SCOLASTICA E SOCIALE DI ALUNNI E STUDENTI DEI PAESI TERZI"" nell'ambito dell'Obiettivo Specifico 2 Migrazione Legale/Integrazione Annualità 2023/2026 del Fondo Asilo, Migrazione e Integrazione (FAMI) 2021-2027 PROG 553- CUP J54C24000540006;"

Quanti numeri, codici e parole complicate per un concetto semplicissimo: si inizia a insegnare più italiano, in più forme, a più livelli e in situazioni più diversificate di prima. Spero che questa tendenza continui, dato che ce n'è grande necessità.

H. mi ha fatto i capelli gialli e ricci, perché d'inverno con una crema riuscivo a tenerli abbastanza mossi. Il colore della maglia e dei pantaloni sono quelli che indossavo quel giorno. Mi ha messo anche gli occhiali, e si è accorta che avevo messo un lievissimo tocco di trucco sul viso, cosa per me inusuale, per apparire un poco più professionale.

Al posto del sole ci ha messo il cuore, come ce lo metto io in quello che faccio e come l'ha messo lei nella sua frequentazione della scuola: piccola stellina con un passato difficile pur così piccola, legata con lo stesso cuore a chi si rapportava a lei, collaboratori scolastici, altri professori, forse altri professionisti come assistenti sociali, mediatori e psicologi.

Ha messo pure i miei due cani, due grandi pastori tedeschi di cui lei ha visto le foto ma li ha comunque disegnati come due teneri cucciolotti bianchi con le orecchie in giù.

Valentina con i due pastori tedeschi in spiaggia

I miei due pastori tedeschi, grandi e con le orecchie ben ritte: nel disegno di H. diventano cucciolotti morbidi con le orecchie in giù.

Nel disegno di H. c'è tutto: i cani non le facevano paura, per quanto grossi e con le orecchie ben ritte, ma tenerezza. Mi vede in un prato, immaginando il verde del lungomare dove porto i miei cani, e lì in alto invece del sole che mi brucia c'è il suo cuore che mi scalda.

Non so dove l'abbiano trasferita, lei e la sua famiglia, a metà corso. So che il trasferimento è stato così repentino che nè io, nè la mia collega e la collaboratrice scolastica che H. vedeva tutte le settimane abbiamo potuto salutarla, e ci siamo rimaste molto male.

Questo disegno che ho ritrovato oggi racchiude in un foglietto la tristezza di non averla salutata ma anche la gioia di essere stata, anche se per qualche mese soltanto, un punto positivo e solare nella sua vita. Ricorda inoltre la realtà di un sistema di accoglienza e gestione delle persone straniere che vengono a cercare rifugio, speranza e sogni in Italia.

Anch'io, alla sua età, avevo un'idea dell'Italia completamente diversa da quella che ho poi vissuto. Quando avevo l'età di H. vivevo in Arequipa, Perù, e l'Italia era per me un luogo lontano dove, occasionalmente, si veniva da qualche parte lontana del mondo a trovare la nonna. L'Italia ai miei occhi da straniera era fatta di persone bellissime e gentili, di fiori, di profumi, di cibo buono. Da lì a poco sarei stata trasferita da Arequipa, città del Perù che amavo follemente, alla Brianza, e lì non trovai l'Italia che idealizzavo da piccola.

Tanti magoni quindi, scatenati da un disegno che al momento della consegna mi diede gioia e uno scambio di sorrisi e abbracci.

Il sistema che ha trasferito H. senza lasciarle il tempo di salutare nessuno non è stato crudele per scelta. Semplicemente, non è progettato per un'attenzione all'individuo. Chi gestisce l'accoglienza in Italia, e ancor più chi dovrebbe legiferare su di essa, lavora per categorie, numeri e codici, esattamente come quel titolo di progetto lungo tre righe. H. non è una categoria, ma una bambina come un'altra che si è accorta che mi ero truccata, e che ha disegnato i miei cani con le orecchie in giù anziché in su perché non le facevano paura. Finché non troviamo il modo di vedere le cose con questo livello di dettaglio, continueremo a gestire emergenze anziché creare una politica di frontiera ordinata.